Infertilità maschile e telefonini

telefonini e infertilita

I telefonini sono l’oggetto che più comunemente viene impiegato e portato con sé dalle persone sia di sesso maschile che femminile.

Da tempo si discute se esiste un nesso tra l'uso del telefono cellulare e la scarsa qualità del liquido seminale, riconosciuta come una causa comune di infertilità maschile. Alcune ricerche americane condotte dalla Cleveland Clinic in Ohio hanno mostrato una influenza negativa delle onde elettromagnetiche sugli spermatozoi, quando queste agiscono ad una certa distanza dal liquido seminale contenente gli spermatozoi. Queste ricerche indicherebbero che la motilità degli spermatozoi tende a diminuire quando aumenta l’esposizione alle onde elettromagnetiche.

In particolare sono stati testati in laboratorio campioni di sperma dopo esposizione a queste onde a radiofrequenza (RF-EMW) emesse da un telefono cellulare in chiamata, mentre altri campioni usati come controllo non sono stati esposti a RF-EMW. E' emerso in particolare che in campioni di sperma esposti al RF-EMW esiste un aumento di produzione di ROS (specie reattive dell'ossigeno), sostanze tossiche ossidanti che si producono continuamente durante il metabolismo delle cellule e che normalmente sono neutralizzate dalle sostanze capaci di contrastarle (cioè dagli antiossidanti), presenti nell’organismo.

I ROS vengono prodotti continuamente dagli spermatozoi, che però in caso di esposizione alle onde se ne formerebbero molti di più. Si viene così a creare una sovrabbondanza di ROS rispetto alla capacità antiossidante dell’organismo (stress ossidativo), vera causa del danno. Si è ipotizzato che il sistema RF-EMW possa agire sulla membrana plasmatica degli spermatozoi provocando una diminuzione della motilità e della vitalità di queste particolari cellule.

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Tumore vescicale: nuove prospettive grazie alla immunoterapia

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26600 nuovi casi nel 2016, con 5600 decessi e una notevole differenza di incidenza fra i due sessi a sfavore degli uomini che ne sono colpiti con una frequenza di 4-5 volte superiore rispetto alle donne. Questi i dati dei numeri italiani più recenti sul  tumore della vescica, una neoplasia per la quale, dopo anni di immobilità, sembrano aprirsi finalmente nuove prospettive terapeutiche, essenzialmente grazie alla immunoterapia. Quello della vescica è il quarto tumore solido nel maschio, dopo prostata, polmone e color retto, mentre nella donna si colloca all' undicesimo posto. Una situazione che però sembrerebbe in evoluzione. Il divario, per cui ogni anno si ammalano circa 21.000 uomini e 5.000 donne si sta lentamente accorciando.

Questo è quello che emerge negli ultimi due o tre anni: in Italia si assiste a una lieve riduzione di incidenza nel sesso maschile, una riduzione modesta, inferiore al 1%, ma statisticamente significativa, contemporaneamente invece si è osservato un aumento di incidenza nel sesso femminile e questo fenomeno sta continuando nel tempo per cui la forbice fra i due sessi si sta chiudendo. Una variazione presumibilmente riconducibile a fattori ambientali. Fra i fattori di rischio per il tumore della vescica sono stati riconosciuti la suscettibilità genetica, il fumo, le occupazioni a rischio professionali, alcuni fattori dietetici, l'inquinamento atmosferico, il sesso, la razza, la condizione economica e l'assunzione di farmaci. Per alcune di queste condizioni esistono delle evidenze scientifiche indiscutibili e una di queste è il fumo di sigaretta. Fino al 60% e oltre dei pazienti con tumore della vescica hanno una storia di fumo. Fumare aumenta il rischio di 4-5 volte, con un aumento che è in relazione al numero delle sigarette fumate. Le circa 3800 sostanze cancerogeno o potenzialmente cancerogene presenti nel fumo vengono eliminate in gran parte in maniera non metabolizzata con le urine quindi si raccolgono nella vescica.

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Calcoli prostatici nell'antichità

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Una scoperta recente mi ha incuriosito. Trattasi di un individuo anziano vissuto più di 9.000 anni fa con calcoli della prostata, rinvenuti in una sepoltura nel cimitero preistorico di Al Khiday, nel Sudan centrale, lungo la sponda sinistra del Nilo Bianco. I calcoli, due dei quali di dimensioni rilevanti (3 centimetri di diametro con circa 12-15 grammi di peso e uno più piccolo), sono stati studiati al microscopio a scansione elettronica e in diffrazione ai raggi X: le analisi, condotte da Lara Maritan, Gilberto Artioli e Gregorio dal Sasso (Dipartimento di Geoscienze dell'Università di Padova), hanno permesso di escludere forme di calcolosi più comuni tra le patologie delle popolazioni preistoriche, come quella renale.

Sembra invece che i calcoli abbiano avuto origine da infiammazioni batteriche: la scoperta conferma come alcuni agenti patogeni (per esempio Escherichia coli eKlebsiella, all'origine di patologie quali la prostatite batterica) siano molto antichi, in contrapposizione a una scuola di pensiero che vuole l'origine di molte malattie che affliggono l'uomo (inteso come individuo maschile) collegata all'avvento dell'economia di produzione, ossia al momento in cui si sono fatti più stretti i rapporti tra uomo e animale, spesso vettore di infezioni batteriche.

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Tumore prostatico: l'enzalutamide nuova terapia medica

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L’enzalutamide un nuovo farmaco, sviluppato dall’azienda farmaceutica Astellas, è indicato per i pazienti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla terapia ormonale non sottoposti a chemioterapia. Nello studio Prevail ha dimostrato di prolungare la sopravvivenza globale e ritardare il ricorso al trattamento chemioterapico con significativo miglioramento della qualità di vita dei pazienti. Tale molecola è stata approvata, recentemente, anche in Italia per i pazienti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla terapia ormonale non sottoposti a chemioterapia. Il farmaco è un agente ormonale orale di ultima generazione, dotato di un meccanismo di azione innovativo in quanto inibisce in maniera potente il recettore degli androgeni, il testosterone, che è la “benzina” di crescita del tumore prostatico inducendone la morte. La terapia ormonale è uno dei cardini del trattamento farmacologico del carcinoma prostatico perché punta a ridurre gli androgeni, e l’enzalutamide rappresenta un grande progresso nel trattamento dei pazienti con tumore della prostata metastatico resistente alla terapia ormonale e non ancora sottoposti a chemioterapia. Oggi il tumore della prostata è la terza neoplasia maligna nella popolazione generale, la più frequente dei maschi adulti per i quali, dopo i 50 anni di età, rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati. In un’elevata percentuale di casi la malattia evolve in una forma resistente alla terapia anti-androgenica e metastatizza a distanza (soprattutto nelle ossa). L’AIFA ha autorizzato l’indicazione pre-chemioterapia di enzalutamide, già utilizzato dopo fallimento del trattamento chemioterapico.

Per anni si sono utilizzati analoghi agonisti dell’LHRH (ormone che stimola la produzione del testosterone) che tuttora rappresentano la terapia standard della malattia metastatica o delle recidive dopo il trattamento con chirurgia e radioterapia. E per i pazienti non responsivi alla terapia ormonale si disponeva solo della chemioterapia con docetaxel. L’enzalutamide rappresenta un nuovo ed importante strumento per il miglioramento della strategia terapeutica del carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione. Oltre all’efficacia, il farmaco è caratterizzato anche da un buon profilo di tollerabilità.

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