Contraccezione maschile: ci siamo quasi

contraccezione maschile

Di rimedi per evitare spiacevoli gravidanze, oggigiorno, ce ne sono tantissimi; dalla pillola contraccettiva femminile, a quella classica del giorno dopo. La ricerca scientifica propone sempre formule nuove e meno invasive per la donna: sono tutte indirizzate a favorire il fattore estetico sempre più indiscreto e preciso. La novità ora è nel riuscire a pensare la contraccezione non solo per l'universo femminile, ma anche per quello maschile (oltre il normale preservativo). Ecco così che tra le invenzioni ce n'è una che ben presto attirerà l'attenzione di tutte le donne: il "pillolo" per l'uomo! Sarà la nuova frontiera della contraccezione? In un mondo moderno che vuole per le coppie una divisione di compiti più equa, ora sarà possibile anche sotto le lenzuola.

Una combinazione di ormoni iniettata nel corpo maschile si è rivelata un contraccettivo efficace quanto la pillola femminile, prevenendo le gravidanze nel 96% dei casi. È quanto emerge da uno studio multicentrico condotto dalla University of Edinburgh pubblicato sul “The journal of clinical endocrinology and metabolism”, che lascia intravedere un futuro in cui le responsabilità della contraccezione siano equamente distribuite all'interno delle coppie, ma che evidenzia anche alcuni importanti effetti collaterali.

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Il PSA è un esame ancora importante?

psa antigene prostatico specifico

Negli ultimo tempi sempre più pazienti che si presentano in ambulatorio mi sottopongono questa domanda: “ho letto che il PSA non serve più a nulla, è vero dottore?”. La mia risposta è sempre questa: “per noi urologi il PSA rappresenta un test assolutamente fondamentale per capire lo stato di salute della sua prostata”. Molto spesso i mezzi di comunicazione di massa (quotidiani, riviste, TV o radio) trattano in maniera superficiale e poco scientifica argomenti di medicina con il rischio di trasmettere informazioni sbagliate all’utenza. In questi ultimi anni questa distorsione di informazione si sta avendo su questo test del PSA con il rischio che molti pazienti, ma anche gli stessi Medici di Medic ina Generale, non lo considerino più come esame importante da eseguirsi periodicamente a partire dai 45 anni. Qui sotto sintetizzerò le principali caratteristiche di questo esame del sangue che rappresenta, ancora oggi, uno strumento imprescindibile per una corretta valutazione urologica nel maschio dopo una certa età.

Il PSA (antigene prostatico specifico) è una proteina, presente nel liquido seminale prodotto dalla prostata ed essenziale per la fertilità maschile. Si può dosare anche nel sangue circolante ma in assenza di malattie della prostata mantiene livelli molto bassi.
La prostata può andare incontro a tre malattie diverse: l’infiammazione, l’ingrossamento benigno comunemente detta ipertrofia prostatica benigna (IPB) ed il tumore. Tutte possono fare aumentare il valore del PSA. L’infiammazione della prostata, denominata “prostatite”, è più comune nei soggetti giovani e si manifesta tipicamente dai 20 ai 40 anni. In questi casi il PSA quasi sempre si alza parecchio e velocemente ma questo non ha alcun significato pericoloso. Si tratta infatti di un rialzo causato dall’infiammazione acuta che dopo adeguata terapia medica rientra sempre nella normalità. Quando la prostata con gli anni si ingrandisce il PSA può alzarsi a seguito dell’aumento del volume della ghiandola, anche se questa ha caratteristiche di totale benignità. Inoltre, se l’ingrandimento prostatico provoca disturbi ad urinare, anche il concomitante stato infiammatorio può contribuire ad aumentare il PSA. Poiché l’IPB si sviluppa tipicamente dopo i 50 anni e cioè nella medesima fascia di età di solito caratterizzata anche dalla insorgenza del tumore della prostata, bisogna essere molto attenti nella valutazione del PSA poiché a volte il suo aumento può essere l’unico segnale della presenza di un cancro prostatico.

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Primo bambino sano con il DNA di tre persone

dna elica tridimensionale

Questa è la vicenda di un bambino nato ad aprile grazie a una nuova tecnica che utilizza mitocondri di una donatrice per prevenire, nel feto, una grave malattia genetica trasmessa per via materna. Ma il metodo è controverso per ragioni etiche, legali e di riproducibilità.

Il bambino, un maschietto, è nato il 6 aprile 2016, ma la storia di come è stato concepito è stata diffusa dal settimanale New Scientist soltanto nei giorni scorsi. Il piccolo, figlio di una coppia giordana, è il primo a incorporare il DNA di tre adulti, assemblato con una nuova tecnica che ha permesso che il neonato non ereditasse dalla madre una grave malattia neurodegenerativa. La donna è portatrice sana della sindrome di Leigh, una patologia letale che colpisce il sistema nervoso in fase di sviluppo, e che aveva già causato diversi lutti nella famiglia: la morte di due figli (di 8 mesi e 6 anni di età) nati con la malattia, e 4 aborti. La coppia si è così rivolta a John Zhang, primario del New Hope Fertility Centre di New York, che per compiere la procedura, proibita negli Stati Uniti, si è recato in Messico, dove non esistono leggi a riguardo.

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Tumore superficiale della vescica: gestione del paziente

Il tumore della vescica rappresenta una delle neoplasie di più frequente riscontro nella pratica clinica di un medico e in particolare dell’urologo. Colpisce sia individui di sesso maschile che femminile e il fattore di rischio principale è rappresentato dal fumo di sigaretta. Altre cause sono le esposizioni professionali come gli i lavoratori delle industrie che producono gomme o gli addetti alla verniciatura. Il tumore della vescica è molto aggressivo nei casi di malattia avanzata ma fortunatamente, molto spesso, riusciamo a diagnosticarlo e trattarlo nelle fasi precoci riuscendo, in tal modo, a conservare l’organo e mantenere inalterate le funzioni urinarie e sessuali. Tuttavia, quando si parla di cosa fare quando diagnostichiamo un tumore superficiale della vescica molta è la confusione su come gestire, trattare e seguire il paziente. Molti sono i trattamenti a disposizione e molte sono le variabili individuali che possono incidere su una scelta del trattamento rispetto ad un altro (età del paziente, tipologia del tumore, fattori di rischio, infezioni vie urinarie …). Recentemente una serie tra i più autorevoli esperti di neoplasia transizionale della vescica (internetional bladder cancer group) sono stati coinvolti per riassumere e confrontare le raccomandazioni emerse dalle principali linee guida internazionali (EAU, FICBT, NCCN, AUA).

Questo argomento è in effetti uno dei più dibattuti nell’ambito della ricerca sulla neoplasia vescicale, avendo importanti ripercussioni cliniche e pratiche sulla gestione dei malati.

Alcuni punti fondamentali sono supportati da significative evidenze scientifiche: la resezione (asportazione) endoscopica del tumore rappresenta il principale obiettivo come diagnosi e trattamento nei tumori superficiali vescicali: la resezione (TURB) deve essere completa e stadiativa (ovvero comprensiva della valutazione della tonaca muscolare, in assenza della quale la resezione deve essere ripetuta); la instillazione chemioterapica endovescicale è sempre consigliata nei pazienti considerati a basso rischio (lesione < 5 mm, solitaria), più precocemente possibile dalla resezione (senza significative differenze tra mitomicina ed epirubicina) esclusi i casi in cui sia avvenuta una perforazione vescicale.

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