Prostatite cronica: classificazione, diagnosi e terapia

Infiammazione in prostatite cronica

Le prostatiti sembrano rappresentare l’8% delle valutazioni cliniche di un urologo o un andrologo. Il 10% degli maschi sembra essere interessato, nel corso della loro vita, da una tale patologia. I pazienti affetti da questa patologia presentano problemi diagnostici e terapeutici di difficile soluzione con gravosi impegni a livello clinico, sociale ed economico.

La diagnosi di prostatite cronica viene spesso utilizzata nei soggetti che presentano una patologia piuttosto eterogenea, sulla base di determinati sintomi e in assenza di segni obiettivi. Negli ultimi tempi si tende a parlare di “sindrome dolorosa del pavimento pelvico maschile” proprio perché la prostata può essere al centro della problematica ma i sintomi possono arrivare al paziente in punti diversi e in fasi diverse.

La prostatite cronica viene così classificata:

a) prostatite batterica cronica: rappresenta il 5-10% delle prostatiti croniche. In questo caso si riesce ad identificare il germe responsabile. Trattasi quasi sempre di batteri Gram negativi (E. Coli, Klebsiella spp, Proteus Mirabilis, Pseudomomas aeruginosa). Il ruolo dei batteri Gram negativi appare incerto. La diagnosi si pone direttamente mediante spermiocoltura o sul secreto prostatico dopo massaggio prostatico (teast di Meares e Stamey). Anche particolari forme batteriche come la Clamidia e i micoplasmi (specie l’Ureoplasma Urealyticum) possono determinare una flogosi cronica della prostata.

B) prostatite cronica abatterica: si presenta quando abbiamo i sintomi di una infiammazione persistente prostatica con colture negative ma un numero elevato di leucociti (globuli bianchi) nel secreto prostatico dopo massaggio prostatico o rilevati nello sperma o nell’urina.


c ) prostatodinia: pazienti con sintomi senza riscontrare i dati colturali e/o di laboratorio delle precedenti due forme. In genere, queste sono situazioni con base psicosomatica. Non infrequente, tuttavia, trovare in questi pazienti alterazioni del liquido seminale sotto forma di oligoastenoteratozoospermia dovuti probabilmente a un danno tessutale a livello prostatico indotto dalla flogosi cronica che determinerebbe edema dei dotti prostatici e accumulo di prodotti di secrezione con danno alla spermatogenesi.

La diagnosi clinica di una prostatite cronica si può supporre solamente dopo tre mesi di sintomi dolorosi a livello dell’apparato uro-genitale. Uno dei test fondamentali per la diagnosi risulta quello di Meares e Stamey, cioè la valutazione colturale e citologica sulle urine prima e dopo massaggio della prostata e dello stesso secreto prostatico ed eventualmente anche una valutazione colturale sul liquido seminale. Per la complessità del test appena descritto ci si limita molto spesso alla semplice valutazione delle urine pre e post massaggio o con una spermiocoltura.

La terapia delle prostatiti croniche rappresenta, molto spesso, uno dei dilemmi irrisolti per noi urologi e andrologi. In linea di massima possiamo dire che, considerata il delicato profilo psicologico che questi pazienti hanno, bisogna assolutamente instaurare un soddisfacente rapporto medico-paziente. Dal punto di vista comportamentale bisogna, dal punto di vista sessuale, evitare periodi di astinenza intervallati da periodi di intensa attività, così come meglio evitare il coitus interruptus. Bisogna evitare gli sport come ciclismo, motocicletta ed equitazione. Evitare la sedentarietà (star seduti a lungo fa male). Possono essere di aiuto i semicupi caldi.

La terapia medica antibiotica si deve basare su questi principi: le molecole devono arrivare in concentrazioni adeguate dentro le cellule prostatiche, il secreto e nel terzo spazio (interstiziale). Inoltre, si devono utilizzare farmaci poco tossici con posologia bassa e facilmente somministrabili in quanto molto spesso le terapie possono durare settimane.
Precisamente la letteratura concorda con l’utilizzo di antibiotici come i Flurochinolonici, come la Ciprofloxacina, La Levofloxacina, la Plulifloxacina che possiedono delle proprietà farmacocinetiche molto favorevoli, come una buona biodisponibilità. Negli ultimi tempi si tanno rivalorizzando farmaci come il trimetroprim-sulfametoxazolo e alcuni macrolidi.

Alla antibioticoterapia si può associare terapia con farmaci alfa-litici selettivi (Tamsulosina, Terazosina Doxazosina e Silodosina) con buoni risultati.

Le strategie chirurgiche sono invece sconsigliate a meno che non ci sia un’indicazione specifica (ad esempio un’ostruzione del collo vescicale).

Inoltre, l’uso di antidolorifici e miorilassanti possono migliorare i sintomi in molti di questi pazienti. L’utilizzo di fitofarmaci a base di serenoa repens e similari possono essere più di aiuto che antibiotici, analgesici o miorilassanti. Le loro proprietà antiinfiammatorie a livello prostatico e la quasi assoluta assenza di effetti collaterali li pone senza ombra di dubbio come terapia da effettuare sempre nei pazienti affetti da una delle varie forme di prostatite cronica.

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