Infezioni urinarie asintomatiche: devono essere sempre trattate?

Frequentemente si presentano nei nostri ambulatori uomini e soprattutto donne che presentano degli esami colturali sulle urine positivi per la presenza di germi con carica batterica significativa pur non presentando sintomi di infezione delle vie urinarie (cistite). Tale condizione clinica viene definita batteriuria asintomatica situazione di comune riscontro nella pratica clinica. La frequenza varia tra diverse popolazioni, a seconda di fattori quali l'età, il sesso e le comorbidità (es. diabete mellito o lesioni del midollo spinale). La frequenza della batteriuria asintomatica in diverse popolazioni è la seguente: ragazze in età prescolare, 80 anni, 18-43%;uomini di età > 80 anni, 5,4-21%.

Le caratteristiche dei pazienti influenzano anche la microbiologia. Escherichia coli è l'organismo più comune ed è il più probabile che si verifichi in persone sane. Una varietà di microrganismi può essere trovato, tuttavia, compreso Enterobacteriaceae,Pseudomonas aeruginosa, Enterococcus specie, e gruppo B Streptococcus . Negli uomini, è facile il riscontro di Enterococcus e bacilli gram-negativi. I soggetti cateterizzati, residenti in casa di cura, possono avere una flora batterica polimicrobica. Nella maggior parte delle popolazioni di pazienti, il trattamento di una infezione delle vie urinarie asintomatica non è clinicamente utile e di conseguenza lo screening non è raccomandato. Si sconsiglia lo screening per batteriuria asintomatica negli uomini e nelle donne gravide; ci sono prove sufficienti per suggerire che lo screening è inefficace nel migliorare gli esiti clinici.

Secondo le linee guida, nel caso di un riscontro occasionale di batteriuria asintomatica non si è tenuti a sottoporre il paziente a terapia antibiotica. Questa raccomandazione vale sempre, ad eccezione di alcuni casi di batteriuria ricorrente nella donna gravida o in previsione di procedure genito-urinarie con possibilità di sanguinamento. L’indicazione rimane valida anche alla luce di una recente revisione delle evidenze scientifiche, ma tuttavia molti medici, di fronte al risultato di un test che mostra la presenza di batteri nelle urine, decidono di trattare, anche se le linee guida lo sconsigliano. E’ evidente che, in questi casi per il medico, decidere di non usare antibiotici non è facile, infatti in alcuni studi circa 80% delle persone con batteriuria asintomatica ottiene un trattamento antibiotico.

Le linee guida per la batteriuria asintomatica sono disponibili dal 2005, hanno identificato un piccolo gruppo che può trarre beneficio dalla terapia antibiotica (gravidanza e particolari procedure genito-urinarie), ma non hanno determinato cambiamenti sostanziali nell’uso inappropriato di antibiotici in questa condizione.

Un recente studio pubblicato su Clinical Infectious Diseasesdai ricercatori dell’Università di Toronto, si è basato su un approccio che non prevedeva di comunicare il risultato dell’urinocoltura al medico curante. Il referto era disponibile solo se il medico telefonava al laboratorio. Sono stati studiati 415 pazienti di cui il 2%, alla valutazione base-line, presentava i criteri per una diagnosi di infezione del tratto urinario (UTI), ma il 48% dei pazienti comunque stava assumendo antibiotici. Nello studio pilota, in cui i medici dovevano chiamare il laboratorio per procurarsi i risultati delle urinocolture, la percentuale dei pazienti trattati è scesa al 12%, dimostrando come intervenire aggiungendo un passaggio al processo di acquisizione del dato microbiologico ne determinasse un valore predittivo più elevato.

Risultato interessante di uno studio che comunque ha bisogno di essere ampliato per poter meglio valutare eventuali effetti negativi dell’approccio alla cura. L’obiettivo finale degli autori era di “salvare i medici dalle loro migliori intenzioni sbagliate” e il metodo proposto sembra efficace. Un passaggio ulteriore verso l’appropriatezza sarebbe di non ordinare urinocolture a tutti, in particolare di non ordinare esami delle urine o colture in pazienti anziani senza sintomi, che non è il pensiero di chi scrive, ma una delle prime cinque raccomandazioni dell’American Geriatrics Society.

 

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