Terapia antibiotica delle infezioni prostatiche

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Uno dei dilemmi più comuni per noi urologi è il trattamento antibiotico delle infezioni acute o croniche della prostata (prostatiti acute e croniche). Normalmente, gli antibiotici per raggiungere le secrezioni prostatiche e i condotti prostatici devono attraversare i capillari epiteliali e prostatici. La difficoltà nel trattamento di queste affezioni risiede nel fatto che tale diffusione è ostacolata dalla presenza di vasi capillari poco permeabili ai farmaci. Inoltre, l’assenza di meccanismi di trasporto attivi nell’epitelio prostatico rende difficile molto spesso riuscire a creare una concentrazione attiva di farmaci per debellare i batteri presenti nel parenchima di questa ghiandola. Pertanto, per raggiungere il tessuto prostatico o le secrezioni prostatiche, in concentrazione sufficiente da produrre un effetto farmacologicamente attivo, l’antibiotico che scegliamo deve possedere determinate caratteristiche: da un lato deve essere quello giusto per combattere i germi e dall’altro deve poterci arrivare nelle concentrazioni adeguate e deve poter agire in un tempo sufficiente.

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Fattori di rischio del carcinoma della vescica

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Il cancro della vescica risulta nei maschi l’ottava forma di cancro più comune. Il tasso di incidenza nel mondo presenta una moderata variazione tra le varie zone geografiche. I maschi sono più colpiti delle donne da due a quattro volte. I soggetti bianchi hanno generalmente un incidenza maggiore rispetto ai neri. Il tumore vescicale è più frequente nei paesi industrializzati ad eccezione di alcuni paesi Africani o dell’Asia dove è presente la schistosomiasi che predispone all’insorgenza del carcinoma squamoso della vescica assai aggressivo. La maggior parte dei cancri vescicali si sviluppa dopo i 60 anni. Negli ultimi anni abbiamo osservato un calo della mortalità e contestualmente abbiamo osservato ad un aumento dell’incidenza (fino ad essere raddoppiato durante le ultime decadi) grazie al miglioramento e disponibilità delle indagini diagnostiche.

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Frequenza eiaculatoria e carcinoma prostatico

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Una delle domande più frequenti che vengono fatte dai pazienti è sulla frequenza dei rapporti sessuali e sul numero di eiaculazioni. C’è sempre perplessità o timore che avere pochi o troppi rapporti sessuali possa creare qualche danno al nostro organismo, al nostro apparato uro-genitale e in particolare alla ghiandola prostatica. Al Congresso Nazionale di Andrologia svoltosi a Roma dal 10 al 12 maggio 2018, cui ho partecipato, si è cercato di approfondire questa tematica. Le prime indagini riguardo al ruolo della frequenza eiaculatoria e il rischio di sviluppare una neoplasia maligna della prostata risalgono al 2000. Sembrerebbero esserci due ipotesi e dati contrastanti: da un lato un’aumentata frequenza di rapporti sessuali e quindi di eiaculazioni può portare ad una più frequente eliminazioni dei fluidi prostatici e quindi di quelle sostanze tossiche che possono indurre un tumore della prostata, dall’altra la stessa ed intensa attività sessuale ed eiaculatoria può tradursi in un maggior rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili con un maggior rischio di sviluppare in tumore maligno prostatico sebbene questa ipotesi non sia mai stata dimostrata scientificamente.

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PSA: da controllare a 40 anni

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In ambito medico e nella popolazione generale se ne parla troppo e se ne parla spesso male: del PSA. L’Antigene Prostatico Specifico è uno degli esami sierologici più eseguiti ma sul cui valore ed importanza effettiva si hanno delle grosse lacune. Alcuni individui non lo eseguono mai o solo 1 o 2 volte nella loro vita, altri lo effettuato più volte all’anno senza alcuna indicazione o significato clinico. Senza ombra di dubbi, ancora oggi, per noi urologici il PSA rappresenta un fondamentale esame diagnostico per la diagnosi precoce del carcinoma prostatico. La ricerca medica relativa alla diagnosi precoce del tumore della prostata ha prodotto nel corso degli ultimi anni numerosi ed innovativi risultati di grande interesse.
In particolare sono stati completati almeno 4 grandi studi di popolazione che hanno seguito alcune decine di migliaia di soggetti maschi a partire dai 40 anni di età e fino alla loro morte o al compimento degli 85 anni di vita. Si tratta quindi di studi iniziati negli anni sessanta e mirati a studiare il fenomeno dell’invecchiamento. Tipicamente ogni soggetto inserito in uno di questi studi veniva sottoposto ad accurata visita medica ed a prelievo di sangue ogni 12 mesi. Dal punto di vista prostatico, l’idea geniale dei ricercatori attivi in questi studi è stata quella di identificare tutti coloro che erano morti per tumore della prostata o che, pure essendo ancora vivi, avevano sviluppato un tumore prostatico con metastasi a distanza ed andare a dosare proprio in questi soggetti il PSA nei campioni di sangue raccolti 40 anni prima (tipicamente in una età variabile tra 40 e 50 anni) per verificare se fosse possibile identificare un valore di PSA ottenuto in giovane età e già capace di avere un valore predittivo a lungo termine.

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