Tumore alla vescica. Oms: "Il caffè non provoca il cancro"

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Caffè assolto: non è cancerogeno. Il suo consumo non rappresenta un fattore di rischio per l’insorgenza di cancro alla vescica. Il verdetto arriva dallo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul cancro) di Lione che fa parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).

Un comitato di 23 esperti internazionali ha setacciato circa 1000 studi declassando il caffè da “sostanza possibilmente cancerogena” (gruppo 2B, con le sostanze per cui esistono prove limitate a sostegno dell’associazione con il cancro) a sostanza non cancerogena (gruppo 3, che include sostanze non classificabili in relazione alla loro cancerogenicità, per le quali non esistono evidenze di rischio). Nel 1991 il consumo di caffè era stato associato al tumore alla vescica e la bevanda era stata appunto bollata come un fattore di rischio oncologico.

Gli studi prodotti dopo quella data però non hanno confermato la correlazione tra caffè e tumore alla vescica mentre hanno documentato i benefici derivanti dal suo consumo. Bere caffè avrebbe un effetto protettivo contro il rischio di insorgenza di due tumori: quello dell’utero e quello del fegato. Il parere avrebbe valutato un consumo medio di 3-4 tazzine al giorno su una popolazione normale, ovvero persone che non soffrono di malattie come la cirrosi.

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Super batteri nella urina

Negli Stati Uniti è stato individuato il primo super batterio resistente a tutti gli antibiotici.

Isolato nell'urina di una paziente, è immune alla colistina, ultimo baluardo contro i microbi che sopravvivono alle altre terapie. Siamo entrati nell'era post-antibiotica?

Il giorno tanto temuto dai microbiologi americani è arrivato: le autorità sanitarie statunitensi hanno segnalato, giovedì 26 maggio, la presenza sul loro territorio del primo caso di un super batterio resistente ad ogni antibiotico conosciuto.

Nell'urina di una donna di 49 anni della Pennsylvania è stato infatti isolato un ceppo di Escherichia coli immune alla colistina, "l'ultima spiaggia" degli antibiotici, una sostanza utilizzata per annientare i batteri più difficili da neutralizzare. La colistina è fondamentale nel trattamento dei cosiddetti nightmare bacteria, i "batteri incubo" dal nome scientifico di CRE (batteri resistenti ai carbapenemi), che uccidono il 50% di chi viene contagiato, e si trasmettono soprattutto negli ospedali. La paziente statunitense sembra rispondere bene ad altri antibiotici, ma la preoccupazione degli scienziati è che il gene mcr-1, che rende quel batterio resistente alla colistina, possa trasmettersi ad altre specie batteriche che hanno già sviluppato resistenza ad altri trattamenti. È la prima volta che un ceppo batterico resistente alla colistina viene isolato negli Stati Uniti: la paziente, per giunta, non usciva dal territorio USA da almeno 5 mesi. Le infezioni delle vie urinarie sono molto frequenti nelle donne dopo una certa età e molto spesso sono asintomatiche e non necessitano di un trattamento specifico. Questo caso sembra essere diverso oltra al fatto che non sembra esserci una cura adeguata.

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Testosterone e fragilita' dell'anziano

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Secondo i dati della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’aspettativa di vita alla nascita è in continuo aumento in tutto il mondo a partire dagli inizi del secolo scorso. In particolare, l'aspettativa di vita supera ormai 83 anni in Giappone, ed è di almeno 81 anni in diversi altri paesi con un'aspettativa media globale di 71 anni osservati nel 2013.

Mentre l'invecchiamento globale rappresenta il risultato di progressi ottenuti in campo medico, sociale, ed economico, esso presenta, tuttavia, delle enormi sfide a cui fare fronte.

Nonostante i progressi nella cura della salute, infatti, molte persone anziane hanno malattie croniche e progressivamente debilitanti con necessità di assistenza quotidiana. La più grande sfida in tal senso diviene, pertanto, la prevenzione della disabilità fisica e l'estensione di un aspettativa di vita attiva".

La sarcopenia, ossia la perdita di massa muscolare e della sua funzione rappresenta un evento cruciale nello sviluppo della “fragilità dell’anziano” termine utilizzato per indicare quei soggetti di età avanzata o molto avanzata, cronicamente affetti da patologie multiple, con stato di salute instabile e spesso complicato da problematiche di tipo socio-economico. Solitamente questo stato comporta un rischio elevato di rapido deterioramento della salute e dello stato funzionale ed un elevato consumo di risorse precedendo la disabilità conclamata in adulti più anziani.

Insieme con il graduale declino di molte altre funzioni fisiologiche, nel maschio, si assiste ad una riduzione della funzione testicolare e della produzione di testosterone. Le ragioni di questo fenomeno non sono state completamente chiarite ma considerando le proprietà anabolizzanti dell’ormone maschile, il suo ruolo nello sviluppo della fragilità dell’anziano e il possibile miglioramento di alcuni sintomi ad essa correlabili ha suscitato una notevole attenzione. Un recente studio di meta-analisi ha chiaramente dimostrato come la terapia con testosterone possa migliorare la composizione corporea incrementando la massa magra e riducendo quella grassa.

Tali risultati sembrano suggerire i presupposti per un atteso miglioramento della forza muscolare e della performance fisica. Tuttavia, le evidenze attualmente disponibili indicano che il testosterone da solo sia relativamente inefficace nel miglioramento della performance fisica dell’anziano. Viceversa l’uso combinato di testosterone e di esercizio fisico appropriato o di un’adeguata stimolazione funzionale sembra possa rappresentare un approccio in grado di fornire migliori risultati.

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Tumore della prostata: rischio depressione con terapia ormonale

La terapia ormonale rappresenta molto spesso una delle terapie per il carcinoma prostatico inoperabile e come terapia coadiuvante di terapie chirurgiche o radioterapeutiche. Sappiamo bene che il meccanismo d’azione della terapia ormonale per costrastare il tumore della prostata è la soppressione della produzione dell’ormone maschile testosterone. Tale ormone nei maschi oltre ad influenzare e garantire una buona sessualità (libido ed erezione), influisce anche su altri aspetti come il metabolismo glicidico e lipido, il mantenimento del tono muscolare ed osseo e, inoltre, è importante sul tono dell’umore. Pertanto, un abbassamento importante dei livelli di testosterone (<0,5 ng/ml) da una parte impedisce alle cellule neoplastiche prostatiche si replicarsi, favorendo un controllo della malattia oncologica, ma, d’altra parte, può causare una serie di effetti collaterali assai importanti tra cui non trascurabile risulta quello di alterare l’umore. Già di per sé la consapevolezza di soffrire di una malattia oncologica può deprimere il paziente, in più se a questo fattore ci aggiungiamo anche complicazioni quali deficit erettile e calo della libido e alterazione del tono dell’umore indotto dalla soppressione ormonale capiamo molto bene quali possano essere i risvolti negativi di queste terapie sull’individuo colpito da neoplasia della prostata.

Secondo i risultati di un nuovo studio, pubblicati sul Journal of Clinical Oncology, gli uomini con il cancro alla prostata, trattati con la terapia ormonale di soppressione androgenica, hanno una probabilità maggiore del 23 % di sviluppare depressione e del 29% di avere un ricovero ospedaliero in psichiatria, rispetto a quelli che ricevono un trattamento diverso.

L’autore principale dello studio Paul Nguyen della Harvard Medical School di Boston sottolinea che la depressione è l’ultimo dei tanti effetti collaterali della terapia ormonale. Ogni uomo in terapia ormonale per il cancro alla prostata dovrebbe informarsi presso il proprio medico sui vantaggi delle terapia rispetto agli effetti collaterali.

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